Tunisia 2004 – appunti ritrovati

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di Maurizio Casu

Quando hai delle idee in testa arriva un momento nel quale ti senti quasi obbligato a scriverle, ma ci vuole la penna giusta, quella che ti mette la voglia di tracciare dei segni sulla carta. Il problema è che il flusso di pensieri non ha un andamento lineare e quindi probabile che si cambi argomento o si salti nel tempo in modo del tutto naturale.

Parlare subito d’amore è d’obbligo per me, spesso accusato a ragione di non parlarne mai, ma come si fa ad esprimere con una penna un insieme di sensazioni tanto complesso?

L’amore è la luce azzurra degli occhi di Sara, l’amore è una musica che non parla d’amore, è rock viscerale, istintivo, che sale dal cuore, è un groppo in gola, è male allo stomaco.

Non è egoismo.

Non è possedere.

“Il patto è che tu rimanga con me, nel mio bel quadretto, dentro la cornice preparata dal mio egoismo.”

Non è amore, rosso inferno.

Viaggi intrapresi tanti, pochi fisici, molti onirici, mai sintetici, quello mai.

Il bello del viaggio, non la partenza, non l’arrivo, ma il ricordo che amplifica mille volte la bellezza. Atipico per me viaggiare da solo, sempre con la mia metà ad integrare le mancanze, da solo però, la mia prima volta all’estero.

In Tunisia per lavoro in pieno Ramadan, nella regione più moderna dell’Islam. Da solo con un senso misto di mancanza e di pace interiore, a pensare al cristianesimo, mentre osservo colonne con incisioni in latino e croci nella moschea di Kairouan.

Lungo la strada fabbriche d’auto. I poveri, fortuna delle multinazionali.

Ovunque bandiere bianche e rosse a ricordare chi comanda. Tante auto vecchie di almeno quindici anni si scostano per farne passare una nuova fiammante con una scritta in arabo al posto della targa. “Quello è il fratello del presidente” mi spiegherà l’autista del bus “…e quello al posto della targa è il suo nome”.

Modernità e tradizione.

Il bus si ferma al centro di Hammamet e posati nei sedili dei tappeti si prega rivolti verso la Mecca. Io vado a barattare con i Souk.

Quaranta dinero per un tamburello che acquisterò per un dinero soltanto, basta saper trattare.

Chiedo musica rock e mi danno un cd arabo/francese pseudo dance. Regalo una penna ad un bambino che vuole vendermi una palma nana, rifiuto dell’hascisc e rispondo sempre “oui” quando mi chiedono se sono tunisino, con pochi euro compro una veste per Sara e qualche altro souvenir.

I Berberi cercano di vendermi dei tappeti ma riescono solo ad offrirmi un tè alla menta.

Visito la medina con in testa fissa “rock the casbah” dei Clash, ottima colonna sonora fra mercanti e dromedari.

“Sapori mediorientali

riecheggiano sulle note senza tempo

che suona l’orchestra

melodie che han rubato il cuore a molti

capaci di rievocare

cicliche stagioni

dagli indescrivibili profumi.

Il vento conduce le note.

Scolpisce i volti delle anime

sedute a guardare

tappeti che volano

nei sogni dei mercanti.”

Saluto Annibale e la sua maledizione che non mi colpirà, le case bianche/azzurre di Nabeul, i suoi portoni, la mezzaluna e torno a casa.

Dall’aereo Tunisi sembra un presepe, con le luci a sfumare il ricordo.

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